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Fontainebleau

 

Per spiegare, come funzionano i gradi in arrampicata, è necessario iniziare con un esempio pratico: in una stupenda giornata invernale con il sole che riscalda la roccia alla temperatura ideale, gioisco di una tranquilla giornata in falesia. Vengo però distratto dalle urla di un arrampicatore impegnato a salire uno strapiombo, grado 8a. Più tardi lo stesso scalatore decide di portare la corda su un'altra via, grado 6a. Mentre si prepara, spiega alla sua compagna di cordata, che si tratta di una via molto più facile, rispetto a quella che aveva appena salito, quindi adatta a lei.

Purtroppo però, a vederlo, la salita appare tutt'altro che facile: gli scivolano i piedi, arrampica come un principiante e ci mette più di mezz'ora per capire il passaggio. Stento a credere che sia la stessa persona, do un'occhiata allo strapiombo per vedere se trovo suo fratello gemello, ma c'è solo la solita corda lasciata lì appesa.

Quando finalmente sale la via prontamente trova la scusa: "Era facile, non avevo visto un appiglio". La ragazza parte preoccupata, evidentemente perché, a vedere il nostro scalatore, la via facile, sembrava più difficile della via difficile. Con grande sorpresa di tutti (e grazie a qualche mio suggerimento), sale la via con molta più eleganza e disinvoltura del suo compagno di cordata. La scena descritta sopra non rappresenta un'eccezione, è semplicemente una delle ultime alle quali ho assistito; situazioni simili stanno diventando sempre più frequenti.

Nelle falesie sempre più spesso si vedono arrampicatori forti e allenati, che però sembrano bloccarsi su vie sicuramente troppo facili per le loro potenzialità fisiche. Solitamente questo si presenta quando chi si allena molto, passa dallo strapiombo alle salite verticali, o quando la via richiede una certa creatività motoria. Questi arrampicatori possono vantare nel loro curriculum un certo numero di salite con gradi molto elevati perfino senza aver imparato i fondamentali dell'arrampicata. Questo contrasto diventa ancora più evidente quando si passa dalla falesia alla montagna: provate a chiedere a qualche alpinista e vi racconterà di falesisti con in tasca gradi molto alti, che si sono rivelati dei pessimi compagni di cordata, a volte addirittura peggiori di un principiante.

Che grado fai? Il grado fa la differenza tra un buon arrampicatore e uno mediocre?

Il grado ci aiuta a sapere le difficoltà che troveremo su una salita, ma è anche un modo per creare una gerarchia. In realtà è un modo indiretto, da ipocrita, per confrontarsi. Le gare sono un modo diretto, alla fine si sale sul podio, c'è chi arriva primo, chi secondo e chi terzo. Quando chiedi a qualcuno che grado fa, vorresti sapere se arrampica meglio o peggio di te, ma lo chiedi in modo indiretto, fai il giro. Così se lui risponderà con un grado superiore al tuo non ti sentirai inferiore, perché lui non dirà direttamente: io sono meglio di te. Se sarai tu a fare un grado in più potrai sentirti superiore senza la preoccupazione di apparire vanitoso. E' solo un modo per non essere diretti, per non esprimersi chiaramente. Così se non ami il confronto diretto, come ad esempio quello delle gare, puoi scegliere questa competizione alternativa: la competizione a chi fa il grado più alto. E' una competizione più comoda, si presta bene al trovare delle scuse degli espedienti: il tuo compagno di cordata fa un grado in più, ma lui è più alto, si allena di più!

Nel 1945 Pierre Allain alpinista di altissimo livello e creatore di molti passaggi sui massi di Fontainebleau, fondò un gruppo fortemente gerarchizzato: Il Cuvier Académic Club. Quando si doveva stabilire chi scalava meglio non si facevano troppi giri di parole o liste di salite con gradi, la gerarchia era semplicemente la seguente:

Grado 0 : Principiante
Grado 1 : Rottame Lamentoso
Grado 2 : Povero Imbecille
Grado 3 : Tenera Promessa
Grado 4 : Onorevole Arrampicatore
Grado 5 : Potente Signore dei Piccoli Appigli
Grado 6 : Venerabile Maestro e Purissima Luce delle Rocce

Non sono un amante della corsa ai gradi, come non lo sono di una scala per stabilire la gerarchia degli scalatori, ma la scala inventata da Pierre Allain si presta molto bene per capire quanto i gradi siano imprecisi. Vediamo ora a quale grado della scala di Pierre Allain, assegnare lo scalatore descritto sopra, che si tiene sullo strapiombo di 8a e allo stesso tempo si trova in serie difficoltà su una placchetta di un grado notevolmente inferiore. Iniziamo dall'alto e andiamo per esclusione. Sarebbe troppo assegnarli il grado 5 o 6, poiché di maestria ne ha dimostrata ben poca e i piccoli appigli non erano proprio il suo forte (ma qui si deve precisare che la traduzione dal francese di Puissant Seigneur du Gratton è molto imprecisa, gratton sta infatti a indicare appigli e appoggi minuscoli sui quali è necessario praticare un'arrampicata precisa ed elegante). Visto le evidenti difficoltà di capire l'elemento primario sul quale si muove, anche il grado 4 di Onorevole Arrampicatore sembra troppo. Tenera Promessa significa una speranza, ancora tenera, morbida, pronta ad adattarsi e a plasmarsi per migliorare. Siccome la morbidezza qui è stata svenduta per ottenere la forza il grado 3 non sembra appropriato. Grado 2, Povero Imbecille, sembra proprio calzare a pennello.

Perché Povero Imbecille (Grado 2) suona peggio di Rottame Lamentoso (Grado 1)? Sembra addirittura peggiore di Principiante (Grado 0), eppure il grado è superiore! Pierre Allain era un arrampicatore esperto, sapeva benissimo che può esserci una progressione apparente, una progressione forzata, che però non si traduce in arte. Questa è la progressione del Povero Imbecille, si chiama così perchè è la strada sbagliata, la strada dello sforzo: perché diventare più forti quando si può semplicemente diventare più bravi? Diventare più bravi significa capire la difficoltà di una via semplicemente guardando la parete, saper interpretare bene i passaggi e trovare il modo più facile per salire (vedi l'articolo sull'arrampicata a vista.)

Quali sono i criteri per valutare una via?

Essenzialmente ci sono due elementi che determinano la difficoltà di una via: l'elemento dello sforzo fisico e l'elemento dell'abilità motoria (altri elementi come la pericolosità sono considerati solo in alcune scale di difficoltà). Il primo elemento determinante, lo sforzo fisico comprende la resistenza, la forza etc., mentre l'abilità motoria comprende la capacità tecnica, l'equilibrio, la coordinazione. La prima cosa da comprendere è che questi due elementi non sono quasi mai presenti in modo bilanciato su una via. Solitamente una delle due parti predomina sull'altra, ad esempio ci sono vie che richiedono molta abilità motoria e meno sforzo fisico, oppure il contrario. La proporzione tra questi due elementi quindi è molto variabile e può raggiungere limiti estremi: ad esempio potrai trovare vie che richiedono un intenso sforzo fisico e pochissima abilità motoria, ma anche il contrario.

La specializzazione

Molti scalatori si specializzano in salite su lunghi strapiombi, dove l'abilità non è determinante e dove possono mettere in pratica le molte ore passate in palestra. La moda di oggi porta a valorizzare proprio queste salite su lunghi e forti strapiombi, dove l'abilità motoria conta molto meno. Quando iniziai ad arrampicare alla fine degli anni '80, la moda dettava il contrario, quando si saliva una via che richiedeva un intenso sforzo fisico, si tendeva a sminuire il suo valere dicendo, che è solo una via di forza. Anche questa era solo una moda. La roccia per fortuna però non conosce mode ed è pronta a regalare delle belle sorprese agli "specialisti". La specializzazione suona come qualcosa di positivo, ma in realtà gli specialisti sono dei cavalli con i paraocchi, hanno una visione molto ristretta. Specializzarsi significa diventare ciechi verso tutto il resto.

Vi racconterò una storia:
Un tempo antico in un lontano paese dell'Arabia regnava il califfo Omar, ricco e benvoluto perché era saggio. Era di larghe vedute e non si arrestava all'apparenza delle cose. Prima di esprimere dei giudizi si sforzava sempre di comprendere le relazioni e i legami che ci sono tra i fatti, anche se a prima vista potevano apparire isolati e diversi.
Egli era perciò rattristato per la grettezza di spirito dei suoi ministri che non vedevano più in là del loro naso.
"Va in giro per il mio regno" disse un giorno il califfo a un servo fidato "e trova, se ti riesce, tutti gli uomini sfortunati dalla nascita che non hanno mai potuto vedere e che non hanno mai sentito parlare degli elefanti".
Il servo fedele eseguì l'ordine e dopo qualche tempo ritornò con alcuni ciechi fin dalla nascita. Essi erano cresciuti sperduti in piccoli villaggi tra le montagne perciò degli elefanti non avevano mai sentito parlare e non ne supponevano nemmeno l'esistenza.
Il califfo fece un gran ricevimento con tutti i suoi ministri e alla fine del banchetto fece entrare un grosso elefante da una porta di bronzo e i ciechi da un'altra porta più piccola.
"Mi sapreste dire che cosa è un elefante?" chiese il califfo ai ciechi.
"No, mai sentita questa parola", risposero i ciechi.
"Ebbene, davanti a voi c'è un elefante: toccatelo, cercate di comprendere di che cosa si tratta. Colui che darà la risposta esatta riceverà in premio 100 monete d'oro".
I ciechi si affollarono intorno all'animale e cominciarono a toccarlo con attenzione soffermandosi sulle sensazioni che ricevevano. Un cieco stava lisciando da cima a fondo una zampa, la pelle dura e rugosa gli sembrava pietra e la forma era di un lungo e grosso cilindro.
"L'elefante è una colonna!" esclamò soddisfatto.
"No, è una tromba!" disse il cieco che aveva toccato solo la proboscide.
"Niente affatto, è una corda!" esclamò il cieco che aveva toccato la coda.
"Ma no, è un grosso ventaglio" ribatté chi aveva toccato l'orecchio.
"Vi sbagliate tutti: è un grosso pallone gonfiato!" urlò il cieco che aveva toccato la pancia.
Tra loro c'era il più grande scompiglio e disaccordo perché ciascuno, pur toccando soltanto una parte credeva di conoscere l'intero elefante.
Il califfo, soddisfatto, si rivolse ai suoi ministri:
"Chi non si sforza di avere della realtà una visione più ampia possibile, ma si accontenta degli aspetti separati e parziali senza metterli in relazione tra loro, si comporta come questi ciechi.
Egli potrà conoscere a fondo tutte le righe della zampa dell'elefante, ma non vedrà mai l'animale intero, anzi, non saprà mai che esiste un siffatto animale".

Se ti specializzi, perderai la visione più ampia, nessun grande scalatore è stato uno specialista. Tutti i più bravi scalatori hanno arrampicato su terreni molto diversi, con stili diversi, hanno sperimentato.

 

L'illusione dei gradi di difficoltà sulla roccia

Perché certi arrampicatori, capaci di scalare su gradi molto elevati, si tengono lontani da determinate vie? Certe salite potrebbero scuotere le loro illusioni. Sono talmente attaccati alle loro illusioni che non vogliono perderle, oramai hanno raggiunto un determinato grado sulla roccia e per loro è conveniente mantenere questa convinzione. E' sicuramente molto comodo.

Come misurare la propria progressione?

L'arrampicata ha come metro il grado, come la corsa ha il tempo. Purtroppo però il paragone non regge. L'arrampicata è un'attività legata alla variabilità, in natura non ci sono due passaggi esattamente uguali. Una via diversa con lo stesso grado sarà sempre un'incognita: se hai salito un determinato grado, non è detto che tu riesca a ripetere la stessa prestazione su una via diversa. Il grado come misura per valutare noi stessi è assolutamente inadeguato.

In arrampicata i miglioramenti avvengono in modo discontinuo, non lineare: quando si comprende un determinato argomento, ad esempio la respirazione o l'interpretazione della roccia, questo diventa parte di te e del tuo modo di arrampicare, potrai giocarci, sperimentare. Con la sola pratica della respirazione la tua arrampicata può cambiare completamente. Poi sarà necessario fare un altro grande passo, un nuovo salto nel vuoto e molti altri ancora, che ci porteranno a nuove scoperte. Insomma la progressione non è lineare come su una scaletta, ma è piuttosto a grandi balzi. Ogni grande balzo è un'avventura, un salto nel vuoto, ma non devi rimanere aggrappato a quello che hai già scoperto, devi sperimentare. Ogni scoperta ci rende più completi, ma questa completezza non è riassumibile in un grado.

E' facile capire se si sta migliorando, basta essere onesti con se stessi, non cercare sempre scuse; non è necessario fare vie difficili, i miglioramenti si vedono sopratutto sul facile, quando si sente aumentare la sicurezza e la dimestichezza con la roccia. A volte si possono fare progressi senza realizzare gradi, oppure si può peggiorare, anche scalando su gradi più alti. Sulle vie facili si notano i progressi, infatti prova a pensare a quando senti di avere una buona giornata, quando senti che stai scalando bene? Solitamente è proprio sulle vie di riscaldamento!

 

Come usare i gradi di difficoltà sulla roccia?

Ci sono siti, dove si possono cercare compagni di scalata in base alla difficoltà, ma del resto è normale usanza chiedere a qualcuno il grado che fa, per decidere se è il candidato giusto quale compagno di cordata.

Purtroppo scegliere il compagno di cordata in base al grado che fa, riserva delle belle sorprese. Le sorprese ci saranno nelle falesie dove è richiesta un po' di invettiva, ma sopratutto in montagna. Ho conosciuto persone che arrampicano molto meglio in montagna rispetto alla falesia e ho visto persone che in falesia fanno gradi altissimi e quando si sono approcciati a fare una via classica in montagna si sono ritirati dopo qualche tiro di corda. La pericolosità vene considerata solo in alcune scale di difficoltà. Questo significa che la difficoltà non cambia se la salita presenta delle protezioni lontane o se è pericolosa in caso di caduta. Così capita spesso di vedere gli abituali frequentatori dei gradi estremi titubanti e insicuri anche su difficoltà molto basse, quando la protezione si trova a diversi metri sotto i piedi. Mentre al contrario si può vedere arrampicatori con in tasca gradi decisamente più bassi salire in sicurezza e scioltezza, anche quando una caduta potrebbe risultare lunga o pericolosa.

Prima di tutto le persone che scalano assieme dovrebbero cercare di essere in sintonia, per creare un clima piacevole e creativo; piuttosto che il grado è consigliabile cercare obiettivi comuni. Le vie vanno selezionate per la loro bellezza e non per il loro grado! Sicuramente sapere il grado ti aiuterà a scegliere le vie in modo da goderti l'arrampicata ed evitare di rimanere appeso alla corda. In montagna sapere le difficoltà che s'incontrano in una salita, ti aiuterà a trovare la via, potrà evitarti qualche bivacco o altri spiacevoli imprevisti. Il grado è uno strumento, uno strumento molto impreciso, tutto qui.

Ivo Buda

 

L'immagine è un dettaglio del dipinto di Paul Cézanne, Nella foresta di Fontainebleau.